Echolab su Guitarnews.it

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Recensione pubblicata su Guitarnews.it a cura di Giuseppe Campelli

 

 

Costalab EchoLab delay: Italian reflections

4 gen 2012 | Autore: |  | Categoria: EffettiEffetti a pedalePrimo piano 

Guitarnews ha già pubblicato un articolo nel quale Costantino Amici, titolare della Costalab, presenta la sua linea artigianale di effetti e soprattutto parla di sé e della cura con la quale sono realizzati i suoi prodotti. E’ giunto il momento di provarne uno: l’EchoLab.

Del pedale si dice un gran bene. Vediamo se tiene alta la bandiera del Made in Italy, che almeno nel campo dei delay ha una tradizione riconosciuta.

 

Per la cronaca

L’EchoLab è un eco-delay assemblato e cablato a mano su circuito stampato, dotato di true bypass e sistema anti pop. Il segnale diretto della chitarra è analogico e non filtrato, per preservare il timbro e la dinamica dello strumento. Ciò nonostante, il rumore di fondo è inavvertibile.
    
Il tempo di ritardo delle ripetizioni raggiunge i 740-750 ms, contro i circa 300 dei Binson, i 500 del De Luxe Memory Man e i 650 stiracchiati dell’Echoplex a nastro (senza sound on sound): per suonare i classici dei Pink Floyd o degli U2, basta e avanza.

 

 

Invece di offrire la moderna funzione tap tempo o il bonus della modulazione, l' EchoLab permette di alternare via footswitch  due echi dal ritardo diverso, pre-regolabili con  un potenziometro dedicato: Delay Time 1 rosso e Delay Time 2 verde.

Quest’ultimo è realizzato per rendere al meglio i ribattuti più corti ma i due “canali” non sono la continuazione l’uno dell’altro: quando il Delay verde è aperto completamente, il suo ritardo massimo è sovrapponibile a quello del Time Delay rosso, regolato a poco meno di metà.

 

L’abito e il monaco (outside)

E’ ben vero che un’immagine val più di mille spiegazioni, ma stavolta qualcosa va precisato anche sull’aspetto dell’EchoLab: non per stabilire se la sua indubbia eleganza sconfini nella civetteria o se esso abbia piuttosto un rassicurante appeal professionale, bensì per sottolinearne l’ergonomia.

Le dimensioni del contenitore Hammond in alluminio (mm 187,5 x 37x 119,5 ) e l’allineamento orizzontale dei controlli, sul lato lungo, permettono una disposizione razionale della plancia di comando, alla Time Factor e Memory Lane;  ma qui ci sono meno gingilli, per cui è  più comodo effettuare aggiustamenti al volo, se il Delay Time Select non dovesse bastare.

Nell’uso pratico, i 4 potenziometri a becco allineati nella parte alta (Delay Time 2, Delay Time 1, Repeat, Mix) non risultano sacrificati e sono ben indicati, grazie al codice del colori delle scritte. Ben più sotto, oltre la banda divisoria di colore chiaro e opportunamente distanziati tra loro, si trovano  solo il pulsante di accensione – col suo led azzurro-  e il pulsante D.Time Select, con il Led Rosso/Verde.

Bisogna proprio essere in stato confusionale per sbagliare qualche manovra manuale o pedestre, anche suonando dal vivo in un locale buio. Ugualmente remota è  la possibilità di sbilanciare il pedale, se doveste arrivare in scivolata sul footswitch, dopo un tentativo abortito di duck walk alla Chuck Berry. E’ un pedale non ansiogeno, questo.

 

 

Sotto il saio (inside)

L’interno rivela un circuito ordinato, ben fatto. L’assemblaggio è preciso, con saldature manuali accurate e cavetti fascettati. Tra i componenti, si notano marchi affidabili come Philips, Nec e Texas Instruments ( l'OP Amp TL07 che talvolta Costalab impiega come alternativa all'ne 5532) . Dal chip Holtek  HT8955A  (altro semiconduttore familiare ai DYI consapevoli) ai jack Neutrik/ Rean, tutto testimonia l’attenzione per l’ottenimento e la preservazione del sound e delle prestazioni desiderate.

Noterete anche la mancanza dello scomparto per la batteria, giacché il pedale funziona con il comune alimentatore esterno da 9 Volt negative center, tipo Boss.

Ciò che invece non si vede, ma costituisce una garanzia di affidabilità, sono i severi test (ed altro) attraverso i quali passa ogni singolo pedale, come da articolo precedente .

 

 

Agguati padani

Se l'EchoLab pensava di passare di qui solo per un fare un salutino, ha fatto male i suoi calcoli. Lo abbiamo sequestrato per un mesetto, sottoponendolo alle pratiche più turpi.

  • Molestie domestiche con Strat 74, ampli Reeves Custom 18 e Torres Super Texan 2×12  (riverbero a molle e valvole N.O.S.).
  • Prove con Strat ed Engl Gig Master 15 Head + cassa Marshall 1×12, nel  magazzino di un service, presente l’amico e proprietario (in veste di vouyer), assieme al quale solo pochi giorni prima mi ero rifatto le orecchie con la sua collezione di  Echorec e qualche eco a nastro.
  • Triangolazioni proibite in ambiente riservato, con il compare Steve. Chitarre: Les Paul 1982, Strat Haar con humbucker Seymour Duncan al ponte. Amps: Fender  Super Reverb  blackface 1966 (coni originali CTS alnico), Meteoro V 8 (Tweed oriented). Pedali: vari e buoni, ma con uso prevalente dell’overdrive OKKO.
  • Festino conclusivo Live, a base di ampli Budda, Fender Flame originale (la simil Gibson con humbuckers e camere tonali  poi evoluta nel modello Robben Ford),  overdrive Creamtone + wah alla bisogna.

 

Facts

Anche regolato alla buona, l’EchoLab  restituisce subito un suono presente, secondo me ben scolpito, per nulla sottile. Tempo pochi minuti, e il chitarrista abituato a pedali che appannano la timbrica della chitarra o ne imbrigliano la vitalità, avrà l’impressione che il suo strumento suoni meglio, con più sfumature e un rilascio pronto e naturale.

Nei ribattuti più corti, dove il suono diretto e le ripetizioni formano quasi un tutt’uno, per cui la percezione tende a focalizzarsi sul Tone nel suo complesso e non sulla sola ambienza, i risultati sono veramente convincenti per musicalità, profondità e realismo.

 

 

C’è infatti  il calore e in parte anche la sensazione di morbidezza degli  echi a nastro ancora in auge negli anni 80  ma  – nelle code ed a seconda di come ottimizzate i settings – si possono nondimeno ritrovare reminiscenze di quella  punta di vibrante, organica e non sgradevole metallicità (farei meglio a definirla brillantezza mai pungente) che a volte fa capolino nei dischi anni 50 e 60. L' EchoLab non è mellifluo e ruffiano.

Già solo come pedale per l’eco corta e/o come sostituto del riverbero a molle, questo efx potrebbe tranquillamente essere l’acquisto risolutivo per il vostro ampli nudo e crudo.

 

Beyond the slapback

Il discorso cambia un poco con i ritardi più lunghi. Qui, la definizione dell' EchoLab rende ancora più evidente come la complessità e l’ariosità dei vecchi echi a nastro e a disco restino al momento ineguagliate, anche se la meta non è troppo lontana. Questo però vale per tutti gli altri delay seri: dal venerato Memory Man ai più sofisticati e moderni  apparecchi digitali.

Con cosa va dunque comparato l'EchoLab? Con quelle stompboxes che si propongono di catturare e migliorare il suono “caldo e profondo” dei primi pedali solid state prodotti a cavallo tra gli anni 70 ed 80 (EH, Boss, Ibanez/Maxon).

Sono apparecchiature generalmente costose, semplici e no, in qualche caso realizzate con chip BBD fino ad esaurimento scorte: Diamond, Empress, Skreddy, Mad Professor e DMB.

Immagino che ciascuno di voi avrà un suo riferimento sonoro, perciò eviterei di dilungarmi in ulteriori  descrizioni del carattere di questo pedale, raffrontato con altri. Non si finirebbe più, anche se ci starei volentieri. E qualcuno potrebbe osservare che, oltre ad essere cose soggettive e volatili, in fondo si tratta di sfumature.

Mi limito a dire che, secondo me, il vero tratto distintivo di questo efx è alla fin fine la sua capacità di amalgama: piuttosto che un pedale esterno che deve cercare di posizionarsi, sembra un congegno “built in”, il cui suono proviene dall’amplificatore e attorno ad  esso è  stato tarato.

Ma almeno un piccolo test comparato per farsi un’idea … ? Sì.

 

 

Costalab versus Deep Blue

Abbiamo fatto la prova con il  Mad Professor Deep Blue originale, che anche nella sua più economica versione PCB aveva surclassato il tecnologico TC Electronic Nova Delay quanto a trasparenza e (prevedibilmente) corposità, oltre che rimesso al loro  posto Efx abbordabili di impostazione più tradizionale, sostanziosi  ma leggermente asfittici (come l’onesto Carbon Copy).

La comparazione ci sta, visto che il Mad Professor è cablato a mano, ha il dry path non filtrato, è silenziosissimo e il suo circuito simula quello dei tape delays .

Ebbene: le ripetizioni del Mad sono risultate un po’ scure, sebbene perfettamente intellegibili.  L’eco pare  collocata più indietro e più composita, con una conseguente, rimarchevole sensazione di profondità.

In confronto, l'EchoLab diventa quasi brillante e “suona più davanti”, ma anche più un poco più analogico, grosso, organico. Non mi scandalizzerei se, ad orecchie poco smaliziate, il suo suono sembrasse prodotto col concorso di un qualche supporto meccanico, prima di essere ripulito ed addomesticato quanto basta da non suonare eccessivamente retrò.

Quale dei due delay scegliere, a  prescindere dalla maggiore versatilità dell'EchoLab? E’ una bella gara. Io credo che chi possiede l’EchoLab  se lo terrà ed altrettanto farà il possessore del Mad. A noi premeva verificare che l’effetto nostrano potesse competere alla pari con un pedale per intenditori. Missione compiuta.

 

E’ qui la festa (live test)

Mancava solo la prova in pubblico con una band, svolta (sempre per la cronaca) da un affiatato quartetto più ospiti in un pub medio/piccolo, con un’acustica abbastanza bilanciata e un discreto assorbimento anche all’inizio, quando il locale  era poco affollato.

In quella serata di blues a largo spettro, arricchita da  qualche immancabile classico rock (Police inclusi), il pedale è stato messo a disposizione di un competente chitarrista /compositore che non disprezza escursioni fusion e jazz.

Il caso ha voluto che il chitarrista nutrisse una manifesta insoddisfazione per il suo delay di buona marca ma abbastanza economico, che strideva col resto del set up.

 

 

L'EchoLab, subito approvato quando ancora glielo stavo regolando con due settings mediani (“Ok, va bene così; questo suona”) è stato utilizzato per tutta la sera, cosa che mi ha permesso di ascoltarlo ben oltre i tre o quattro brani preventivati, con tanti saluti a certi altri affari miei. Maledetti suonatori.

Be’, se non altro, il risultato è stato migliore delle aspettative, come se quella del gruppo fosse la dimensione ideale dell’EchoLab: suono caldo ma aperto, non invasivo ma presente, molto ben collocato, con un buon mix di ampiezza e profondità, anche senza abbondare con il mix (come può invece sembrare necessario, provicchiando da soli).

 

Col senno di poi

Delay spettacolare? Da sballo? Direi efficace e convincente, quindi appagante, come si conviene ad un pedale progettato da un musicista per musicisti, non per spippolatori  e feticisti.

Può essere che le positive impressioni ricevute siano state condizionate dal mio personale gradimento per l’accoppiata Fender Flame/ Budda Superdrive ma, giusto pochi giorni fa, ho ricevuto una mail dal loro proprietario e tester: “ Ciao, Giuseppe. Ricordati che l’EchoLab mi interessa sempre”.

Che devo rispondere?

Questo: sono 200 Euro per un effetto di produzione artigianale, affidabile, costruito come si deve, che ha un buon rapporto qualità/prezzo rispetto alla diretta concorrenza e può contare su un servizio assistenza e un rapporto cliente/costruttore che non tutte le Ditte possono garantire, per ovvie ragioni.

Scusatemi se mi sono dilungato.

(Un ringraziamento particolare a Steve, a Big Paul e naturalmente a Carlo Riva).

Camp